Il Carcere Borbonico

Dal volume Il carcere borbonico di Avellino, passato e futuro,  a cura di Cinzia Vitale, Roma, De Angelis Art, 2011 citiamo un ampio stralcio dalla Prefazione di Gennaro Miccio, Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno e Avellino.

Prospetto«La conclusione del restauro del Carcere Borbonico di Avellino rappresenta, per vari motivi, un evento significativo, non solo per la città, ma anche per la stessa Soprintendenza che ne ha curato l'intero intervento di recupero. Indubbiamente, predomina il senso di grande soddisfazione per aver portato a termine un programma avviato sin dagli anni ottanta del secolo scorso, ma che, solo grazie agli ultimi significativi finanziamenti regionali ottenuti dal POR Campania 2000-2006, ci ha consentito di programmare e realizzare interventi coordinati e complessi volti al recupero sia degli ultimi padiglioni da restaurare, sia di tutte quelle altre parti che i precedenti esigui finanziamenti non avevano potuto comprendere … L'intervento che ora si conclude, anche se ha attraversato fasi non sempre esaltanti e condivisibili, come ad esempio la parziale chiusura del fossato (ora in parte recuperato anche alla fruibilità) per far posto a strade e parcheggi, l'apertura di troppi varchi nella possente muratura perimetrale concepita sicuramente per non avere accessi,la modifica del segno grafico del parapetto di protezione del fossato (in origine costituito da blocchi di tufo sormontati da un bauletto in pietra vesuviana), ha comunque consentito di dare degna e razionale collocazione alle più importanti istituzioni dedicate alla tutela ed alla valorizzazione culturale per la città: l'Archivio di Stato, gli Uffici delle tre Soprintendenze (per i Beni Architettonici e Paesaggistici, per i Beni Storico-Artistici ed Etnoantropologici, per i Beni Archeologici), un ufficio della Provincia dedicato alle attività culturali. Appare quasi ovvio pensare che il futuro di questo complesso architettonico sia quello di diventare un vero e proprio polo produttivo per le attività culturali della città».

Per completare la storia del complesso monumentale e del suo imponente restauro, citiamo inoltre dall'opuscolo Ex Carcere Borbonico, un monumento ritrovato, testi di Maria Cristina Lenzi, Cinzia Vitale, Avellino, 2004.

La storia (Maria Cristina Lenzi)

Il governo francese nel 1806 decretò la fine del feudalesimo e la nuova riorganizzazione del regno portò Avellino a sostituire Montefusco come capoluogo del Principato Ultra. Si avvertì subito la necessità di un nuovo assetto urbanistico adeguato al nuovo ruolo della città e prese quindi l'avvio un periodo di sviluppo edilizio più aderente alla nuova filosofia del costruire. Inoltre il trasferimento dei tribunali per le udienze civili e penali da Montefusco aveva evidenziato la mancanza di un carcere ad Avellino.

Alla fine del XVIII secolo, infatti, le vecchie prigioni avellinesi erano divise tra le stalle di Palazzo Caracciolo, i terranei di Palazzo Testa e degli Uberrati, luoghi orribili e crudeli in cui come dice Giuseppe Zigarelli: «gli uomini sono sepolti vivi in un carcere che ha del sepolcro la squallidezza e l'orrore, che nessuno ricorda de' benefizi della vita».

Inizialmente si pensò di adattare l'antico castello a prigione, secondo un progetto del 1815 dell'ingegnere Romualdo de Tommassy, del corpo di Ponti e Strade.

Fallito questo progetto si decise la costruzione di un nuovo edificio che sarebbe dovuto sorgere nell'area di “Campo di Marte” luogo delle esercitazioni militari di proprietà del signor Ciriaco Spagnuolo. Il 4 agosto del 1821 fu trasmesso a Napoli il primo progetto del “Nuovo Carcere Centrale” redatto dall'ing. Luigi Oberty, ma la commissione esaminatrice del corpo reale di Ingegneri di Ponti e Strade lo respinse perché troppo legato alle antiche concezioni edilizie e punitive ed indicò i principi progettuali e concettuali cui si sarebbe dovuto attenere il nuovo carcere, la cui pianta «... avrà la figura di un ottagono regolare inscritto in un cerchio, dal centro di questo cerchio saranno protratti, a guisa di raggi, sedici mura delle quali otto vanno ad unirsi agli angoli dell'ottagono … di modo che la figura rimanesse divisa in sedici triangoli uguali...».

La tipologia proposta si rifaceva alle teorie che il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham aveva esposto  nel Panopticon (la casa di ispezione) pubblicato nel 1791. Testo che tra l'altro fu molto apprezzato dagli ambienti culturali europei maggiormente progressisti.

Come tipologia edilizia riproponeva l'architettura dei lazzaretti, edifici collettivi, caratterizzati da bracci indipendenti convergenti in un corpo centrale circolare a panopticon (tutto visibile). Si suggeriva soprattutto la creazione di una struttura che oltre alla sicurezza garantisse un alto livello di salubrità e di costume per i detenuti. Alla realizzazione del nuovo progetto contribuì Giuliano De Fazio, architetto molto attento alle nuove tendenze dell'architettura a livello europeo e noto per aver realizzato le serre in ferro, vetro e colonnati dorici dell'Orto Botanico di Napoli.

De Fazio pubblicò, tra l'altro, un trattato, Sistema generale dell'architettura dei lazzaretti, dove assimilava l'edificio carcere ad altri edifici collettivi come lazzaretti e ospedali.

Il progetto iniziale del carcere prevedeva la pianta ottagonale, che si dimostrò subito di difficile realizzazione, così per facilità di esecuzione si passò all'idea di una pianta pentagonale e quindi a quella esagonale.

Nel 1827 iniziarono i lavori, con la posa in opera della prima pietra da parte della ditta Giovanni Antonio Zurlo.

Il primo padiglione venne completato nel 1832 cui seguirono il secondo braccio simmetrico e la cappella situata al secondo piano della tholos centrale.

Nel 1837 fu ultimato l'edificio centrale e nel 1839 venne montato il ponte levatoio che permetteva l'attraversamento del fossato.

Negli anni '40 la costruzione dei restanti padiglioni posteriori, connessi a formare il caratteristico emiciclo. L'assetto finale del Nuovo Carcere è testimoniato da un rilievo di Federico Amodeo del 1870.

La struttura è rimasta funzionante fino al disastroso terremoto del 1980, in seguito al quale fu dismessa e i detenuti furono trasferiti nella nuova struttura carceraria realizzata in località Bellizzi, frazione di Avellino.

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 La lettura del monumento (Cinzia Vitale)

La struttura carceraria borbonica non ha mai smesso di svolgere la sua funzione, dalla costruzione, risalente alla I metà del XIX secolo, fino alla seconda metà del XX secolo. I padiglioni -tre adibiti a carcere maschile, quello femminile e l'infermeria- sono stati in uso fino all'entrata in funzione del nuovo carcere nel 1987, sito nella frazione Bellizzi.

L'importanza culturale insita nell'antico edificio borbonico non è stata da subito compresa da molti strati sociali locali tant'è che il Piano Regolatore della città di Avellino, adottato nel 1969 e approvato nel 1972, prevedeva la demolizione dell'intero complesso: solo grazie alla ferma opposizione della Soprintendenza ai Monumenti della Campania, all'epoca competente territorialmente, si giunse alla modifica di tale previsione. Successivamente alla dismissione del carcere, il complesso edilizio fu completamente abbandonato sin quando, con il successivo reperimento dei fondi necessari da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ebbero inizio i lavori di restauro.

L'intera struttura è costituita da 5 padiglioni, oltre alla palazzina destinata agli uffici del direttore e alla tholos (un unico ambiente su tre livelli posto al centro del complesso). L'alto muro di cinta in tufo racchiude tutti i corpi di fabbrica, delimitando in maniera marcata la funzione degli spazi annessi e del giardino, costituendo così una imponente struttura a pianta esagonale che costeggia su un lato il corso principale Vittorio Emanuele.

I tre padiglioni, destinati alla detenzione maschile, si differenziano dagli altri per una maggiore ricercatezza nel disegno delle facciate, realizzate in mattoni pieni, con i finestroni inquadrati in arcate incassate e marcapiani in pietra bianca, raccordati in modo originale con i corpi si fabbrica che consentono il passaggio diretto da un padiglione all'altro e nei quali erano ubicati ambienti a servizio del corpo di guardia o celle.

Anche il padiglione destinato alla detenzione femminile, il primo ad essere realizzato, presenta la facciata in mattoni pieni, con al piano terra grandi arcate a tutto sesto mentre i piani superiori sono scanditi da semplici finestroni rettangolari.

La non sincronia dei prospetti è funzione della diversa organizzazione planimetrica presente all'interno dei vari padiglioni. Infatti, mentre quelli destinati alla detenzione maschile, all'interno presentano solo due grandi saloni per ogni piano, il padiglione femminile e l'infermeria sono organizzati con un corridoio centrale, sul quale si aprono le stanze. Pertanto le quinte laterali, altrimenti cieche, sono arricchite da due grandi finestroni con arco a tutto sesto che illuminano il corridoio.

Il corpo di fabbrica utilizzato come infermeria presenta prospetti articolati in maniera ancora diversa. Il corpo scale presenta apertura di forma rettangolare strette e lunghe che ripartiscono la facciata in parti simmetriche, arricchite da tre finestre per lato e dotate di marcapiano in pietra vesuviana che s'interrompe in corrispondenza del vano scala. Le facciate laterali sono identiche a quelle sopra descritte e anche in questo caso, a chiusura del corridoio interno, presentano grandi finestroni con arco a tutto sesto. Inoltre il sottotetto, a differenza di quello non utilizzabile degli altri padiglioni, è illuminato da piccole luci poste al di sopra del cornicione di coronamento.

La tholos, struttura circolare che si erge al centro dell'intero complesso, era il fulcro distributivo di tutta la struttura e veniva utilizzata anche con funzione di cappella, almeno per quanto attiene il suo livello superiore, costituito da un ambiente sormontato da una elegante cupola decorata da stucchi lineari ed illuminata da grandi finestroni.

Dalla tholos, per il personale di guardia, era possibile accedere agevolmente a tutti i padiglioni tramite il corridoio del piano terra che consentiva l'accesso ai vari cortili. Sempre dalla tholos tramite la terrazza del primo piano si raggiungevano  corselli, veri e propri camminamenti di guardia che costeggiavano i padiglioni collegando il centro del carcere alle mura perimetrali.

Il complesso comprende anche numerosi ambienti ad un solo livello costruiti nei cortili in fasi successive, utilizzati dalla struttura carceraria come cucine, officine, falegnameria e altre attività che si svolgevano all'interno del carcere. Oltre il muro di cinta un profondo fossato separa dalla città l'insieme dei fabbricati.

Attualmente dal punto di vista patrimoniale l'Amministrazione Provinciale di Avellino è proprietaria dei tre padiglioni a nord (ex bracci per la detenzione maschile) e spazi annessi, mentre gli altri due padiglioni, la palazzina, la tholos ed il giardino sono di proprietà del Demanio dello Stato, che li ha assegnati al Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

La Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico di Salerno e Avellino, subentrata per competenze a quella della Campania, nell'immediato dopo terremoto ha iniziato a profondere risorse progettuali e poi economiche per dare avvio al restauro di alcuni bracci del complesso che versavano in completo stato di abbandono. Di concerto con l'Amministrazione Provinciale di Avellino, si è scelto di iniziare i lavori su di uno dei tre padiglioni utilizzati per la detenzione maschile. Successivamente, grazie a vari finanziamenti statali, sempre a cura della Soprintendenza, si è restaurato un altro padiglione, oltre alla palazzina comando, mentre è in corso il restauro di un ulteriore corpo di fabbrica che sarà adibito a sede dell'Archivio di Stato di Avellino (nel frattempo conclusa, ndr).

Dal 1999 uno degli edifici è già utilizzato come sede degli uffici della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico di Salerno e Avellino (poi divisa in Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggisti e Soprintendenza per i Beni Ambientali, Storico-Artistici e Etnoantropologici, ndr), nella ex palazzina comando si sono di recente trasferiti gli uffici della Soprintendenza ai Beni Archeologici delle province di Salerno, Avellino e Benevento.

Inoltre è da poco conclusa l'opera di restauro del muro di cinta, del giardino, della tholos, consentendo l'apertura al pubblico di una cospicua parte del complesso che, posto al centro della città, può assurgere a ruolo di suo polo culturale, le cui potenzialità sono già state dispiegate in occasione di importanti eventi culturali, realizzati grazie alla proficua collaborazione tra Ministero per i Beni e le Attività Culturali e privati.

L'obiettivo, infatti, degli istituti che utilizzano stabilmente il complesso è quello di aprirne le porte alla città mediante la proposizione di eventi d'arte che illustrino, in special modo al grande pubblico, l'importanza di un rapporto facile e diretto con il mondo della cultura.

Al termine di tutti gl'interventi, quando la struttura sarà pienamente operativa, potremo quindi affermare che Avellino e la sua provincia avranno nella propria “cittadella” culturale un importante serbatoio di emozioni, immagini, pensieri».

Soprintendenza B.A.P.P.S.A.D.*

Il padiglione, destinato a sede della Soprintendenza B.A.P.P.S.A.D. È stato utilizzato, nel passato, come infermeria. Le strutture sono composte da muratura mista in mattoni pieni e conci di tufo; i solai in laterizi e cemento armato.

I lavori di adeguamento, eseguiti nel rispetto del preesistente, sono stati limitati alla realizzazione del vano ascensore, all'adeguamento igienico sanitario, alla creazione di un disimpegno centrale per isolare i collegamenti verticali (scala ed ascensore) dal corridoio centrale dei vari piani.

*Dal 2008 la Soprintendenza B.A.P.P.S.A.D. si è sdoppiata in Soprintendenza B.A.P. (per i Beni Architettonici e Paesaggistici) e Soprintendenza B.S.A.E. (per i Beni Storici Artistici e Etnoantropologici).

Soprintendenza per i Beni Archeologici

La palazzina di ingresso al complesso era utilizzata come uffici annessi alla struttura carceraria, nonché ad abitazione del direttore.

Al piano terra ed al primo piano gli orizzontamenti sono costituiti da volte in muratura; al secondo piano sono realizzati con strutture in legno (travi e panconcelli).

L'intervento strutturale è stato realizzato con materiali compatibili con quelli originari e tecniche coerenti con la logica costruttiva del fabbricato.

La facciata presenta fasce laterali di intonaco a bugnato forato da numerose aperture, che conferiscono al fabbricato un carattere architettonico antagonista alla severa proporzionalità neoclassica degli altri edifici.

Archivio di Stato

Il padiglione destinato in origine alla detenzione femminile, verrà utilizzato come sede degli Uffici e dei depositi dell'Archivio di Stato.

Ai tre livelli originari si sono aggiunti due piani interrati necessari per la conservazione dei documenti storici.

Le oepre di consolidamento sono state realizzate con materiali omologhi a quelli esistenti, utilizzando tecniche quanto più possibile reversibili e mettendo in evidenza le nuove strutture aggiunte, in contrapposizione agli originari orizzontamenti costituiti da volte a crociera in tufo.

Amministrazione provinciale

La Pinacoteca Provinciale è allestita nel padiglione n. 1. Il n. 3 accoglie sale espositive

Tholos

La tholos, unico elemento a pianta circolare dell'intero complesso, si pone in posizione baricentrica e costituisce il punto focale del complesso.

Lo spirito illuminista, a base dell'intera concezione progettuale, si esplicita in questo elemento architettonico che, in quanto panpticpon, consentiva la visione e il controllo di tutti i padiglioni contestualmente alla compartecipazione alle attività religiose, da parte dei detenuti.

In continuità alla destinazione originaria, la tholos accoglierà servizi aggiuntivi.


Il volume Il Carcere Borbonico di Avellino ha in allgato un DVD dal quale è stato tratto il breve filmato che illustra la storia del monumento. Per accedere al video cliccare qui.

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